Durante i primi anni di università, ho lavorato per un po’ di tempo in un ufficio.
Avró avuto 20 anni, la maggior parte dei quali, passati in silenzio -perchè io non parlo mai- e in solitudine.
Ero un hikikomori ante litteram, prima ancora che tutte le tecnologie prendessero il sopravvento.
Me la sono cavata per un po', tra numeri, registri e contabilità.
Ma mi annoiavo a morte.
E là, sulla scrivania, in quelle mattine interminabili, vedevo spillatrici/balene in oceani di carta. E certe storie, all’arrivo dei fax, da scriverci un romanzo.
Mi sono sentita sempre un po’ folle per questo, ma, sai, questa sono io.
Nei miei silenzi ci sono grandissimi vuoti. Pensieri molto oscuri.
Ma anche fantasie, le più strane, matte, stupide e bambine.
Che a raccontarle sembrerei geniale.
mercoledì 3 luglio 2019
venerdì 28 giugno 2019
giovedì 9 maggio 2019
Un mese.
9 Aprile 2019, ore 15:42
I soffitti dell’ospedale, l’ascensore d’acciaio.
L’essere umano, in orizzontale, è nudo, privo di ogni difesa, di ogni controllo.
Una delle ultime cose che ricordo è quel display con i numeri rossi, prima di entrare in sala operatoria.
Poi il freddo, il lettino che viene posizionato tra i macchinari, la musica - la musica? - “Ti diamo un sedativo così sarai più tranquilla”.
E poi vuoto.
Mi basta un sedativo per stendermi.
E poi di nuovo voci. Frasi sfocate. Barbagli di luce.
Tosse - soffoco - non riesco a respirare.
Buio.
Un mese fa mi veniva asportato un tumore e, con lui, una parte del mio corpo che mi portavo dietro da più di 20 anni: desiderata, odiata, amata. Infine Accettata.
Malata.
Ci avevo messo tanto a volerle bene.
Ed ora mi porto la mano al petto e non sento più nulla. Nè il caldo, né il freddo, né dolore, né carezze.
Eppure rieccomi in piedi, dopo tanto dolore, dopo tanto fastidio, dopo miliardi di pensieri e un’infinita debolezza. Viva, sana, ma con un’inquietudine che non credo possa più abbandonarmi. Non so se sia stato coraggio o solo l’abbandonarsi alle cose. O, più probabilmente, il sollievo di uscire dal sospeso. La forza dopo l’attesa. Guardo nello specchio questo nuovo pezzo che sento ancora estraneo, che se ne resta là, rigido e insensibile. Che non ha la mia forma. E una cicatrice che, sempre - per sempre - mi ricorderà che la vita è questa, che va come vuole e non ti risparmia.
Non è finita. No.
Ho la strana sensazione che sia appena iniziata
9 Aprile 2019, ore 15:42
I soffitti dell’ospedale, l’ascensore d’acciaio.
L’essere umano, in orizzontale, è nudo, privo di ogni difesa, di ogni controllo.
Una delle ultime cose che ricordo è quel display con i numeri rossi, prima di entrare in sala operatoria.
Poi il freddo, il lettino che viene posizionato tra i macchinari, la musica - la musica? - “Ti diamo un sedativo così sarai più tranquilla”.
E poi vuoto.
Mi basta un sedativo per stendermi.
E poi di nuovo voci. Frasi sfocate. Barbagli di luce.
Tosse - soffoco - non riesco a respirare.
Buio.
Un mese fa mi veniva asportato un tumore e, con lui, una parte del mio corpo che mi portavo dietro da più di 20 anni: desiderata, odiata, amata. Infine Accettata.
Malata.
Ci avevo messo tanto a volerle bene.
Ed ora mi porto la mano al petto e non sento più nulla. Nè il caldo, né il freddo, né dolore, né carezze.
Eppure rieccomi in piedi, dopo tanto dolore, dopo tanto fastidio, dopo miliardi di pensieri e un’infinita debolezza. Viva, sana, ma con un’inquietudine che non credo possa più abbandonarmi. Non so se sia stato coraggio o solo l’abbandonarsi alle cose. O, più probabilmente, il sollievo di uscire dal sospeso. La forza dopo l’attesa. Guardo nello specchio questo nuovo pezzo che sento ancora estraneo, che se ne resta là, rigido e insensibile. Che non ha la mia forma. E una cicatrice che, sempre - per sempre - mi ricorderà che la vita è questa, che va come vuole e non ti risparmia.
Non è finita. No.
Ho la strana sensazione che sia appena iniziata
lunedì 11 marzo 2019
giovedì 21 febbraio 2019
lunedì 12 novembre 2018
sabato 20 ottobre 2018
Ho scritto tante lettere che non ho mai inviato.
A perfetti sconosciuti. A persone immaginate.
Erano quasi sempre lettere di gratitudine.
Per delle parole. Per delle emozioni. Per qualche sogno ad occhi aperti.
Non sono cambiata molto da quando ero un’adolescente e ancora scrivo lettere, di nascosto.
E poi le invio.
A volte la solitudine non mi basta.
E, allora, ti penso fortissimo.
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