Sembra quasi tutto normale, ora che il tempo è passato.
A guardarsi indietro appare solo qualche frammento stonato. Un inciampo. Un incidente.
E tornano a brandelli immagini e memorie.
Ricordo un uomo, un giorno d’estate.
Le mani enormi e callose; aveva fatto il falegname.
Lo raccontava quasi con vergogna, la voce talmente bassa che si faceva fatica a sentirlo. I modi gentili, gli occhi buoni di chi ha visto tanto.
Ricordo una lunga attesa, l’ansia di ricominciare a non sapere, stanze bianche e lui, che mi prendeva piano il braccio mentre parlava e sorrideva.
Mi infilava un ago in vena, con un tocco talmente delicato da non farmi provare alcun dolore. Mi iniettava veleno come miele.
La gente ci passa accanto e come polvere, a volte, ci lascia qualcosa addosso. Qualcosa di piccolo, di prezioso, che incredibilmente, resta.
Non conosco il suo nome e non ricordo nemmeno più il suo viso.
Ma il tocco sì. La dolcezza. Il senso della missione che si portava nelle mani.
Quello mi si è stampato sulla pelle.
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