martedì 28 giugno 2016

Ho poche cose da raccontare, io. 
Ho vissuto pochi momenti e di quel poco ho perso pezzi dietro le spalle. La mia memoria sembra rigettare il passato, gli attimi, i particolari. I fili stessi della mia storia.
Non sono mai stata molto dentro al mondo; sempre da un'altra parte, ho vissuto tutta chiusa nella mia testa, nelle parole che venivano giù a migliaia su fogli e tasti, ma che non hanno mai avuto il suono della mia voce.

Nei miei ricordi sono sempre da sola. 
E non mi è mai servito molto altro. Una stanza. Poca luce. Lunghe notti. La solitudine: odiata, essenziale, necessaria e unica compagnia.
Ho fatto perfino fatica a staccarmene e, forse, non me ne sono mai staccata del tutto. Ne ho bisogno, di lei, come l'ossigeno.
Ho attraversato il nulla, disperazioni e vuoti. Sono cresciuta dentro una finzione condivisa e poi ho cercato di ridisegnarmi, maldestramente.
Fuori dal barattolo. 
Fuori dalla mia testa, in un mondo al quale dovrei appartenere, ma dove continuo a sentirmi a disagio.

Sono uno schizzo imperfetto, ma adesso so di essere anche forte.
Forte di imperfezioni e di dubbi. 
Forte delle incertezze che so di avere.
Qui, al mondo, non esiste la perfezione. 
Non esiste UNA verità.
Non esistono certezze assolute.
Io vado avanti accettandomi e dubitando e ascoltando e osservando e mettendo in discussione tutto, a partire da me stessa.
E, forse, sono solo un grosso, macroscopico errore, ma quel che ho è solo una piccola, folle idea di libertà e rispetto. 
La libertà di essere chi sono. 
Il rispetto per chi non sono.

Trentaquattro anni, altalenando tra pensieri inconclusi.




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