giovedì 9 maggio 2019

Un mese.
9 Aprile 2019, ore 15:42
I soffitti dell’ospedale, l’ascensore d’acciaio.
L’essere umano, in orizzontale, è nudo, privo di ogni difesa, di ogni controllo.

Una delle ultime cose che ricordo è quel display con i numeri rossi, prima di entrare in sala operatoria.
Poi il freddo, il lettino che viene posizionato tra i macchinari, la musica - la musica? - “Ti diamo un sedativo così sarai più tranquilla”.
E poi vuoto.
Mi basta un sedativo per stendermi.
E poi di nuovo voci. Frasi sfocate. Barbagli di luce.
Tosse - soffoco - non riesco a respirare.
Buio.

Un mese fa mi veniva asportato un tumore e, con lui, una parte del mio corpo che mi portavo dietro da più di 20 anni: desiderata, odiata, amata. Infine Accettata.
Malata.
Ci avevo messo tanto a volerle bene.
 Ed ora mi porto la mano al petto e non sento più nulla. Nè il caldo, né il freddo, né dolore, né carezze.
Eppure rieccomi in piedi, dopo tanto dolore, dopo tanto fastidio, dopo miliardi di pensieri e un’infinita debolezza. Viva, sana, ma con un’inquietudine che non credo possa più abbandonarmi. Non so se sia stato coraggio o solo l’abbandonarsi alle cose. O, più probabilmente, il sollievo di uscire dal sospeso. La forza dopo l’attesa. Guardo nello specchio questo nuovo pezzo che sento ancora estraneo, che se ne resta là, rigido e insensibile. Che non ha la mia forma. E una cicatrice che, sempre - per sempre - mi ricorderà che la vita è questa, che va come vuole e non ti risparmia.
Non è finita. No.
Ho la strana sensazione che sia appena iniziata